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24 -November -2017 - 15:59

caimi
Antonio Caimi (Sondrio 1811 - Milano 1878), La fiera a Madonna di Tirano.
Olio, 1860, Collezione privata

 

Il Museo Etnografico Tiranese è sorto nel 1973 per iniziativa del C.I.G. (un'associazione giovanile locale attiva in campo culturale fin dai primi anni Sessanta), allo scopo di documentare e studiare la civiltà contadina e montanara valtellinese. Allestito dapprima in un vasto locale al piano terreno del palazzo San Michele (antico albergo per i pellegrini del santuario), dal 1990 ha una nuova sede nella Casa del Penitenziere a questo scopo restaurata dal Comune di Tirano. Nella elegante dimora settecentesca che si affaccia sulla storica piazza della basilica sono state ordinate: all'ultimo piano, testimonianze delle attività contadine (agricoltura, allevamento, caseificazione, trasporti), della vita domestica (in una autentica stüa è stata allestita la camera da letto mentre per la cucina si è proceduto ad una parziale ricostruzione d'ambiente). Nell'atrio sono visibili documenti attinenti il commercio (pesi e misure), la caccia, la pesca, la macellazione del maiale e l'illuminazione prima della diffusione della luce elettrica. Nel piano sottostante, oltre alla direzione, hanno trovato sede la stanza della tessitura e quella dedicata agli splendidi paramenti donati al santuario della Madonna di Tirano nel 1636 dal cardinale di Richelieu, primo ministro di Francia, nel quadro della politica francese di predominio sulla Valtellina. Al piano terreno sono sistemati: la saletta delle esposizioni, la stanza degli attrezzi dei mastri carraio e bottaio e dello stagnino itinerante, mentre nel più ampio locale sono stati collocati: il portone intagliato di Grosio (sec. XVII-XVIII), la bara da trasporto del sec. XVIII con alcuni manufatti cimiteriali in ferro battuto mentre nelle vetrine del locale attiguo sono esposte, calzature, chiavi, picchiotti, serrature. Nell'interrato sono stati montati un monumentale torchio vinario con grande vite di legno ed un frantoio per la produzione di olio di noci. Per le attività scientifiche e di ricerca il museo si avvale di un comitato di esperti e della collaborazione dell'IDEVV, l'Istituto di dialettologia e di etnografia valtellinese e valchiavennasca che ha concorso a fondare nel dicembre del 1999 e al quale fornisce sede legale e amministrativa.

                                       Guide in formato digitale (cliccare sulla bandierina)

 

 

Una descrizione della fiera di Tirano nell'Ottocento

(dal Corriere valtellinese del 24 maggio 1877, attribuibile a Giuseppe Napoleone Besta)

“La folla era assiepata, ondeggiante come un campo di biada battuta dal vento. Donne di tutti i paesi di Valtellina, accorse a trovare la nostra Madonna miracolosa, facevano il più singolare contrasto sì nel tipo che nel vestito. La villana morbeniense dalla sottana verde colla falda di porpora; la montagnona colla bianca pezzuola sul capo, quella di Villa nostra [di Tirano] colla veste turchina; la tiranese col socco nero orlato da sottil nastro scarlatto; la grosina pettuta col feltro piumato sulle trecce e colle calze rosse, presentavano il singolar quadro che il nostro Caimi seppe ritrarre con invidiata naturalezza. E tutta quella accozzaglia i donne pigiandosi, affollandosi, schiacciandosi, entrava e usciva dalle tre porte del santuario ove andava a impetrar grazie. Mano mano che avevano sciolto il voto le giovani coi loro ganimedi al fianco, curiose passavano nei casotti dei saltimbanchi, delle indovine da dieci centesimi, dei panorami di Gerusalemme e Costantinopoli a cinque quattrini; e nel recinto degli automi che imitavano la passione del Nazzareno il quale si muoveva e dava sangue, e dove stava il mangiatore di gnocchi che non era mai sazio, la real famiglia in splendidi manti, lo scimiotto che suonava il violone e simili facezie. Altri intanto arrampicatisi sui gelsi che fiancheggiavano i tornei e le baracche onde eludere d’un qualche soldo i giocolieri affamati, si stavano accollati e attrappiti sopra un ramo a guardare all’alto, oltre il circo i ginnasti che ballavano sulla corda e spiccavano salti mortali. Altri assiepati poi presso quella fila di casotti, di tende, di stendardi, di cartelloni, miravano con tanto di bocca e di naso il pagliaccio che mangiava stoppa, stoppa, stoppa e tirava fuori dalle fauci nastro, nastro, nastro, nel mentre che alcuni più sodi introducevano nelle saccocce il portamonete e l’orologio dei rapiti curiosi ; e ben sei ammiratori  sen tornarono a casa senza un soldo, avendo dimenticato il portafogli tra la folla. Poveri gonzi!."

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